Il ritorno degli ebrei a Napoli nel Settecento e nell'Ottocento

Il libro non è solo una mera cronaca degli eventi relativi al ritorno degli ebrei in terra partenopea, ma è uno spaccato straordinario della storia e delle vicende degli ebrei nel meridione d’Italia fin dalla “diaspora”. Il ruolo degli ebrei nella società, le loro relazioni sociali, le cariche ricoperte, le loro attività, la rete di relazioni, anche a livello istituzionale, il rifiorire della loro letteratura, gli altalenanti esiti della considerazione che di essi avevano i regnanti e la Chiesa, con i tragici epiloghi delle espulsioni, il ruolo della famiglia Rothschild, tutto è trattato, forse per la prima volta, in maniera organica e quasi avvincente. Particolare è la riflessione finale sugli ebrei precursori e convergenti, tra storia e memoria semantica. La prefazione all’opera è di Sandro Temin, Consigliere nazionale dell’Unione Comunità Ebraiche Italiane.

L'autore

Mariano Vitale è docente di Religione. Ha conseguito il Diploma di Istituto Superiore di Scienze Religiose presso l’I.S.S.R. “San Matteo” di Salerno, della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale; si è laureato in Scienze Religiose conseguendo il Magistero presso l’I.S.S.R. “All’Apollinare” in Roma, del Pontificio Ateneo della Santa Croce; ha conseguito la laurea in Scienze Storico-Religiose presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Nel corso degli studi ha spaziato dalla religione greca e quella romana arcaica ed alla New age-Next age, dai culti egizi alla religione Copta, dall’Induismo alle religioni del tratto mesopotamico, dai tatuaggi sacri alla grande tradizione della letteratura cristiana antica, approfondendo particolarmente il passaggio dal giudaismo al cristianesimo, l’Ebraismo e l’Islam, nonché la dialettologia e la sociolinguistica. Si è avvalso del prestigioso insegnamento sull’ebraismo della prof.ssa Anna Foa e della prof.ssa Marina Caffiero.  Per conto dell’I.I.S. “Carlo Levi” di Eboli – sezioni Liceo Artistico e IPSIAM, ha coordinato, insieme al prof. Gerardo Pecci, il progetto Il Senso della storia, Arte Contemporanea nei luoghi della memoria Ebraica a Campagna, che ha portato alla creazione del  “museo territoriale diffuso” sulla memoria e sulla Shoah,  con la realizzazione ed installazione di cinque opere d’arte sui luoghi della memoria ebraica nella città di Campagna. E’ membro e socio fondatore del “Comitato Palatucci” di Campagna.  

Regione che vai, dieta Neanderthal che trovi

(tratto dal portale lescienze.it)

L'alimentazione dei Neanderthal variava molto da regione a regione: alcuni erano vegetariani, altri prediligevano la carne. L'ha dimostrato l'analisi del tartaro sui denti fossili, che ha rivelato anche un probabile uso delle piante a scopi terapeutici. La somiglianza della flora batterica orale con quella degli esseri umani moderni suggerisce inoltre che lo scambio di baci con i nostri antenati non fosse così raro. Variava molto da regione a regione la dieta dei Neanderthal, che non solo sapevano adattarsi alle risorse disponibili nei diversi ambienti, ma sapevano anche usare le piante per curarsi. A dimostralo sono le indagini condotte da un gruppo internazionale di ricercatori che ha analizzato il DNA trovato nella placca dentale di quattro soggetti rinvenuti nei siti rupestri di Spy in Belgio e di El Sidrón in Spagna. I reperti - che risalgono a un periodo compreso fra i 42.000 e i 50.000 anni fa - costituiscono i più antichi campioni di placca dentale che siano mai stati sottoposti ad analisi genetica.

"La placca dentale è stata una trappola per i microrganismi che vivevano nella bocca, per gli agenti patogeni presenti nel tratto respiratorio e gastrointestinale e per piccoli frammenti di cibo bloccato fra i denti. In questo modo il DNA di questi elementi si è potuto conservare per migliaia di anni", ha detto  Laura S. Weyrich, prima firmataria dell'articolo pubblicato su "Nature" in cui è descritto lo studio. I ricercatori hanno scoperto che i Neanderthal della grotta di Spy consumavano carne di rinoceronti lanosi e mufloni, integrando la dieta con funghi porcini. Gli abitanti di El Sidrón sembra che seguissero invece una  dieta in gran parte vegetariana, che comprendeva pinoli, muschi, funghi e corteccia d'albero. Uno dei Neandertal di El Sidrón, inoltre, doveva essere molto malato: soffriva non solo di un ascesso dentale (i cui segni sono ben visibili sulla mandibola), ma anche di una parassitosi intestinale che provoca una diarrea acuta. Ma la scoperta che più ha sorpreso è che quel Neanderthal stava cercando di curarsi: nella sua placca - ma non in quella degli altri - sono state trovate tracce di corteccia di pioppo, che contiene acido salicilico, un antidolorifico e antipiretico, e di una muffa: Penicillinum rubens, che produce naturalmente un antibiotico. "A quanto pare, i Neanderthal avevano una buona conoscenza delle piante medicinali e delle loro proprietà antinfiammatorie e antidolorifiche", ha detto la Weyrich. Neanderthal ed esseri umani, antichi e moderni, hanno anche condiviso molti patogeni, tra i quali i batteri che causano la carie e malattie gengivali, la cui somiglianza suggerisce che l'intimità tra le due specie, in particolare lo scambio di baci, non fosse così rara. Weyrich e colleghi sono riusciti a identificare uno di questi microrganismi, Methanobrevibacter oralis, che è a oggi il genoma batterico patogeno più antico che sia stato sequenziato. I ricercatori hanno anche notato la rapidità con cui la comunità microbica orale è cambiata nella storia recente, la cui composizione è apparsa strettamente correlata - proprio come negli esseri umani di oggi - alla quantità di carne consumata nella dieta. La flora batterica dei Neandertal spagnoli era affine a quella degli scimpanzé e dei nostri più antichi antenati prevalentemente raccoglitori, mentre i Neandrthal belgi ne avevano una simile a quella dei primi cacciatori-raccoglitori e degli esseri umani moderni. Considerato che  le linee evolutive di Neanderthal e umani moderni  si sono separate in tempi molto remoti, questa affinità nella flora batterica orale, e ancor più dei patogeni che vi si possono insediare, induce il forte sospetto che essa sia una conseguenza di contatti molto stretti fra membri delle due specie; in altri termini che ci sia stato uno scambio della flora batterica attraverso i baci.

 http://www.lescienze.it/news/2017/03/09/news/neanderthal_dieta_diversa_regioni_fitoterapia-3451968/

  • Sul tragico affondamento del sommergibile VELELLA, avvenuto al largo di Punta Licosa, nel Golfo di Salerno, alla vigilia dell'operazione AVALANCHE

    Dal portale betasom.it una dettagliata introduzione ai controversi eventi che portarono all'affondamento. Torneremo sull'argomento, per la storia, per la memoria, per le famiglie.
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    “Fin dal 23 marzo 1943 Maricosom mise a punto un piano di schieramento in larga scala di sommergibili (detto Zeta) a protezione delle coste più vulnerabili dell’Italia meridionale, della Sardegna e della Sicilia. Il piano comprendeva una parte generale uguale per tutti, e buste sigillate, una per sommergibile, che riportavano i lucidi, da sovrapporre alle carte nautiche, con le posizioni da assumere e i campi minati esistenti. I plichi, per motivi di sicurezza, furono consegnati a mano ai Gruppi sommergibili e ai battelli interessati. Tale piano ebbe vari aggiornamenti o riedizioni, con modifiche in genere relative al possibile bersaglio delle forze nemiche. Successivamente fu inviato anche un altro piano, il Gamma, nel quale erano anche inseriti i tre sommergibili tascabili tipo CB, della 2° Squadriglia Sommergibili CB, che si trovavano a Crotone. Il 3 settembre 1943, come detto, Maricosom diede il via al piano Zeta inviando nel Tirreno meridionale i sommergibili Alagi e Brin nel Golfo di Salerno, e Diaspro e Marea in quello di Policastro. Sei sommergibili di Taranto e Brindisi (Luciano Manara, Vortice, Ciro Menotti, Onice, Luigi Settembrini e Zoea) furono inviati nello Ionio, i primi due lungo le coste della Sicilia, gli altri, nell’ordine, dal Golfo di Squillace allo Stretto di Messina. Con il piano Gamma-Cb, Maricosom inviò i tre sommergibili della 2° Squadriglia di Crotone (CB 8, asp. guardiamarina Giuseppe Sanseverino, CB 9, sottoten. vasc. Eolo Lorenzetti, CB 10, sottoten. vasc. Alfredo Perioli) fra Capo Colonne e Punta Alice. Il Manara (ten. vasc. Gaspare Cavallina) lasciò Brindisi il 3 alle 20:02, e cominciò ad avere problemi: dapprima prese fuoco il motore di sinistra, poi ebbe altre avarie che provocarono infiltrazioni varie; dalle 06:10 alle 17:30 del 4 furono fatte riparazioni alle diverse avarie, senza raggiungere risultati soddisfacenti, e alle 20:15 il sommergibile diresse per il rientro, raggiungendo la banchina del IX Gruppo Sommergibili di Brindisi il 5 alle 04:20. Qui rimase fino a quando non fu impiegato per la prima missione speciale a favore degli anglo-americani.
    Una volta appurato che l’operazione Baytown aveva obiettivi limitati alle coste della Calabria e non era seguita da altri sbarchi, Maricosom fece rientrare i sommergibili del basso Tirreno e i tre CB, e lasciò in operazione solo i quattro sommergibili dello Ionio schierati nei settori più occidentali: Zoea, Settembrini, Onice e Vortice. Il Giada (ten. vasc. Mario Barazzuoli) il 3 settembre, alle sei, si spostò da Villamarina (Santo Stefano, La Maddalena) a Bonifacio.
    Il 7 settembre Maricosom, a seguito della localizzazione di formazioni navali anglo-americane in navigazione verso le coste dell’Italia meridionale, mise nuovamente in atto il piano Zeta, schierando 2 sommergibili (Giada, e Turchese) a ponente della Sardegna, 9 battelli (Alagi, Brin, Diaspro, Galatea, Marea, Nichelio, Platino, Topazio e Velella) nel Tirreno meridionale, a copertura delle coste fra i golfi di Gaeta e di Paola, e altri 4 sommergibili (Fratelli Bandiera, Marcantonio Bragadin, Jalea e Squalo) nello Ionio, estendendo lo sbarramento già in atto in tale mare, fino al Golfo di Taranto. L’invio in mare dei sommergibili era stato concordato con gli anglo-americani, per non destare allarme nei tedeschi.”

  • I Mandala

    I MERAVIGLIOSI MANDALA DI SABBIA REALIZZATI DAI MONACI TIBETANI di Marta Albè
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    I mandala sono simboli che rappresentano l'universo. Di solito hanno forma circolare e sono tipici del buddismo e dell'induismo, come parte della spiritualità. Mandala è un'antica parola sanscrita che significa cerchio. Potrete facilmente riconoscere un mandala dalla presenza di cerchi concentrici e di forme geometriche ripetute. Nella sua tipologia più semplice un mandala è un quadrato che contiene un cerchio con diversi cerchi o quadrati al suo interno.
    I mandala originali vengono decorati secondo l'iconografia tradizionale, che comprende una moltitudine di forme geometriche e di simboli antichi dal significato spirituale. Nel buddismo tibetano i mandala vengono creati con la sabbia colorata.
    I monaci tibetani realizzano i mandala di sabbia seguendo una pratica speciale chiamata dul-tson-kyil-khor, che letteralmente significa "mandala di polvere colorata". In passato la creazione dei mandala poteva comprendere l'utilizzo di pietre preziose, come i lapislazzuli, che venivano scelti per il colore azzurro, i rubini per il rosso e così via.
    Al giorno d'oggi la tecnica per creare i mandala di sabbia prevede di utilizzare pietre bianche semplici che vengono macinate e tinte con inchiostri opachi per ottenere un effetto simile a quello delle pietre preziose. La creazione di una mandala di sabbia inizia con una cerimonia di apertura dove i monaci intonano dei mantra e suonano flauti e tamburi. Poi si mettono al lavoro e in primo luogo misurano e disegnano con attenzione i contorni del mandala su una superficie piana, con un gessetto o con la matita. Una volta che lo schema di base è pronto, milioni di granelli di sabbia colorata vengono disposti accuratamente nelle diverse sezioni del disegno. I granelli di sabbia vengono versati sulla superficie con un imbuto di metallo stretto chiamato chakpur.
    Secondo la tradizione, quattro monaci lavorano contemporaneamente su uno stesso mandala. Ad ogni monaco viene assegnato uno dei quattro quadranti del mandala. Con estrema pazienza i monaci dispongono i granelli di sabbia procedendo dal centro verso l'esterno. Il completamento di un solo mandala può richiedere diverse settimane a seconda della quantità dei dettagli da curare.
    Realizzare un mandala di sabbia richiede molto tempo, pazienza e precisione. Ma questi mandala di sabbia hanno una vita molto breve. Poco dopo il loro completamento, i monaci distruggono completamente i mandala che hanno creato con così tanta cura ed attenzione. La distruzione del mandala serve ad imparare il non attaccamento, a capire che nulla dura per sempre.

  • La "Cupola della Roccia"

    da http://www.gliscritti.it/
    La «Cupola della Roccia»
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    Si denomina, appunto, "della Roccia" perché la roccia al centro del santuario è ritenuta dai musulmani come il posto in cui Maometto, asceso al cielo nel suo miracoloso viaggio notturno, narrato dal Corano, dell'isrāʾ e del successivo miʿrāj, completò il suo spostamento cominciato a Mecca, prima di cominciare la sua ascesa al cielo. Sulla medesima roccia Abramo (in Arabo Ibrāhīm) sarebbe stato sul punto di sacrificare Ismaele (secondo altre fonti Isacco) prima di essere fermato da Dio. Una "moschea estrema", al-masjid al-aqṣā, fu costruita nelle sue immediate vicinanze per commemorare l'evento soprannaturale.

    La storia della Cupola della Roccia è strettamente legata alla storia dell'Islam. Il califfo Omar, conquistata Gerusalemme (638), fece liberare l'area dell'antico Tempio dai detriti che vi si erano accumulati da secoli e fece costruire una piccola moschea in un luogo non ben definito. Fu il califfo 'Abd el-Malik che fece erigere sulla roccia la grande moschea, erroneamente detta Moschea di Omar, in ricordo della prima. I lavori iniziati nel 685 durarono sei anni e furono compiuti da architetti bizantini e operai locali. Il santuario, per la ricchezza d'oro e la preziosità dei marmi e dei mosaici, è tutto degno della fede che l'ha ispirato.
    Quando i crociati occuparono Gerusalemme, trasformarono la moschea in chiesa cristiana chiamandola Templum Domini e da qui ebbe origine l'ordine cavalleresco dei Templari.
    Con il ritorno di Saladino (1187), l'edificio riprese la sua originale funzione e venne arricchito di marmi e mosaici. Varie opere di restauro furono compiute lungo i secoli per ovviare i danni delle intemperie e del tempo. Varie iscrizioni arabe poste sui muri ne testimoniano gli autori, dall'epoca crociata a Saladino, dai Mamelucchi fino alla dominazione turca-ottomana, e al re Hussein che fece dorare la cupola.
    La cupola distrutta nel 1948 (a cannonate) è stata ricostruita in alluminio dorato da una ditta milanese nel 1960.